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  • Garcia contro Crawford: polemica dopo la decisione del WBC

    Garcia contro Crawford: polemica dopo la decisione del WBC

    Ryan Garcia critica lo sfogo di Terence Crawford dopo la perdita del titolo WBC

    Ryan Garcia non ha esitato a commentare duramente l’esplosione di Terence Crawford della scorsa settimana, quando il campione è stato privato del titolo WBC dei supermedi.

    Durante la convention del WBC, è stato infatti annunciato che Crawford non sarebbe più considerato campione indiscusso della categoria, poiché non avrebbe pagato le tasse di sanzione relative ai suoi ultimi due incontri: quello di settembre contro Saul “Canelo” Alvarez e quello dello scorso anno contro Israil Madrimov.

    La notizia ha immediatamente scatenato la reazione del pugile statunitense, che attraverso Instagram ha sfogato la sua frustrazione, puntando il dito contro il presidente del WBC, Mauricio Sulaiman.


    Garcia attacca Crawford: “Doveva parlare prima”

    La posizione di Crawford contro uno degli organismi più influenti del pugilato è stata apprezzata da molti appassionati, ma Ryan Garcia non ha mancato di evidenziarne — a suo avviso — una contraddizione.

    Intervenuto nell’ultima puntata di Inside the Ring, Garcia ha spiegato che avrebbe preferito vedere Crawford assumere una posizione così dura quando la sua carriera non era ancora arrivata all’apice.

    «Crawford avrebbe dovuto dire la sua prima. Quando aveva bisogno di loro, non parlava in questo modo», ha dichiarato Garcia.

    «Adesso che ha i soldi, pensa: “Non ho bisogno del WBC per avere opportunità”. E allora si mette a dire ‘f—k you’ a tutti.
    Per me questo è un comportamento un po’ codardo.»


    Garcia punta al titolo WBC: Barrios nel mirino

    Se Crawford sembra ormai aver preso le distanze dal WBC, per Garcia il discorso è molto diverso: il giovane talento affronterà proprio il campione WBC dei pesi welter nel suo prossimo match.

    Nonostante la sconfitta nel debutto nei welter contro Rolando Romero lo scorso maggio, Garcia ha ottenuto la chance di sfidare Mario Barrios per la cintura mondiale. L’incontro è previsto per febbraio 2026, in un attesissimo duello tutto americano.


    Come seguire Pacheco vs. Lele Sadjo

    L’evento che vede protagonista Diego Pacheco contro Kevin Lele Sadjo sarà trasmesso in esclusiva su DAZN questo sabato, 13 dicembre.
    In programma anche gli incontri di Skye Nicolson e Gabe Flores Jr.
    La visione è disponibile con abbonamento, sia mensile che annuale.

  • SCANDALO A ROMA: L’INCONTRO CASELLA–OULARE UNA FERITA APERTA PER LA CREDIBILITA’ DEL PUGILATO ITALIANO

    SCANDALO A ROMA: L’INCONTRO CASELLA–OULARE UNA FERITA APERTA PER LA CREDIBILITA’ DEL PUGILATO ITALIANO

    IL REGOLAMENTO FPI PARLA CHIARO, MA L’ARBITRO RESTA IMMOBILE. LE IMMAGINI CHE INCASTRANO IL KO DI OULARE

    SCANDALO AL PALATIZIANO: L’INCONTRO CASELLA–OULARE UNA FERITA APERTA PER LA CREDIBILITA’ DEL PUGILATO ITALIANO E DI TAF ed FPI.

    Roma avrebbe dovuto ritrovare il grande pugilato in una serata carica di atmosfera: duelli cittadini, incroci tra atleti di Roma e Milano, presenze illustri del mondo dello sport e dello spettacolo, e un pubblico coinvolto dal primo all’ultimo incontro. L’arrivo della The Art of Fighting nella Capitale, poteva restituire al PalaTiziano, il Palazzetto dello Sport di Viale Tiziano, quell’aura internazionale che da tempo mancava ed essere una celebrazione più unica che rara.

    Era l’esordio professionistico di «Gabriele Casella — il romano “Magnificent”, classe ’94, un atleta eccezionale, simbolo di eccellenza Italiana, capace di imporsi in ogni disciplina, pluricampione del mondo in Kickboxing e Muay Thai, e campione di boxe ai Campionati Italiani Assoluti.» sotto i riflettori della Capitale, in un evento promosso come uno dei più prestigiosi dell’anno, fiore all’occhiello della visione di Edoardo Germani e della promozione TAF, che da sempre promette standard organizzativi “internazionali”.

    Quello che è accaduto potrebbe non essere ricordato come un trionfo dello sport da combattimento in Italia, e valorizzazione di un grande atleta Italiano, ma come uno scandalo regolamentare, un cortocircuito tecnico e arbitrale, trasformato in uno degli episodi più controversi del recente panorama della boxe professionistica italiana, e destinato a scatenare reazioni federali, editoriali e popolari.

    L’incontro fra Gabriele Casella e Morike Oulare, durato appena venti secondi, si è chiuso con un KO che, alla luce del regolamento tecnico del Settore Pro FPI, non sarebbe mai dovuto essere convalidato.

    Un episodio che non coinvolge soltanto l’arbitro, ma anche i giudici, la supervisione tecnica, e gli organismi incaricati della corretta applicazione del regolamento, tutti responsabili — in diversa misura — della regolarità dell’incontro.

    I PRIMI 20 SECONDI: LA VERSIONE DEL RING, NON QUELLA DEI VIDEO “UFFICIALI”

    Il pubblico accorso per vedere l’attesissimo esordio professionistico di Casella è stato testimone di una pagina nera della disciplina. Il gong suona. Casella avanza come un treno. La sua pressione è feroce, calibrata, precisa. I primi colpi entrano con una pulizia che sorprende Oulare, costringendolo immediatamente sulla difensiva. Il pubblico si accende, gli addetti ai lavori si scambiano sguardi: Casella è lì per fare sul serio.

    Ma quando TAF pubblica il video ufficiale sui propri canali social, questa sequenza semplicemente non esiste: non compare, come se non fosse mai avvenuta. Il video inizia dopo l’assalto di Casella, cancellando la sua prestazione iniziale e la dinamica tecnica reale.

    Una omissione grave, resa ancora più carica di interrogativi da ciò che accade subito dopo.

    LA SVOLTA: UN COLPO REGOLARE, UNO IRREGOLARE, UN ARBITRO E UN INTERO GRUPPO TECNICO FERMI DAVANTI ALL’ILLECITO

    Oulare finalmente risponde: un gancio pesante, ben portato, che manda Casella al tappeto. Nulla da eccepire. È boxe. È regolamentare. Ma è nel momento successivo che si consuma l’illecito tecnico destinato a far discutere l’Italia pugilistica per mesi.

    Mentre Casella si sta rialzando con:

    • ●  un ginocchio al tappeto,
    • ●  una mano in appoggio,
    • ●  postura chiaramente definita come down, Oulare sferra un altro colpo. Il colpo decisivo. Il colpo che chiude il match. Un colpo però proibito dal regolamento professionistico. E non proibito “per interpretazione”: proibito per testo scritto. È un colpo che, per dovere d’ufficio, l’arbitro avrebbe dovuto sanzionare immediatamente, sospendendo l’azione e valutando l’irregolarità, come imposto dal regolamento, che attribuisce al direttore di gara la responsabilità primaria della tutela dei pugili in ogni fase dell’incontro. Ma anche i giudici e i supervisori federali presenti avevano la responsabilità di segnalare, intervenire e non convalidare un esito irregolare. La catena di controllo tecnica — arbitro, giudici, supervisore, commissari — sembra aver fallito in blocco. IL REGOLAMENTO FPI: GLI ARTICOLI PARLANO, MA ARBITRO, GIUDICI E SUPERVISORI NO Il Regolamento del Settore Pro della FPI (aggiornato 25 gennaio 2025) è inequivocabile. Articolo 27 – Il pugile a terra. È down chiunque abbia qualsiasi parte del corpo diversa dalle piante dei piedi a contatto con il tappeto. Casella è down.

    Articolo 28 – Doveri dell’avversario L’avversario deve: 1. recarsi in angolo neutro 2. non colpire in alcun modo il pugile down. Oulare colpisce.

    Articolo 29 – Colpi vietati. È espressamente vietato colpire: 1. un pugile down 2. un pugile in fase di rialzamento 3. un pugile non in posizione regolamentare di difesa.

    La violazione comporta: 1. richiamo 2. detrazione di punti 3. squalifica.

    Articoli 11–12–15 – Doveri dell’arbitro. L’arbitro deve: 1. intervenire per tutelare l’atleta 2. fermare l’azione in presenza di colpi irregolari 3. garantire la corretta applicazione del regolamento.

    L’arbitro non interviene. Non ferma. Non valuta. Non richiama. Non applica. E, cosa ancor più grave, giudici e supervisori federali non sollevano alcuna obiezione né segnalano l’irregolarità, contribuendo alla convalida di un risultato viziato. Il KO viene omologato. Un KO generato dal colpo proibito.

    LE IMMAGINI: L’UFFICIALE OSCURA, LE RIPRESE INDIPENDENTI RIVELANO

    Il video ufficiale TAF:

    • ●  non mostra la fase dominante iniziale di Casella;
    • ●  non mostra il colpo illecito, perché oscurato dal corpo dell’arbitro; presenta un’inquadratura che, proprio nel momento della scorrettezza, perde la visuale. Una coincidenza estremamente infelice. Un problema tecnico? Una scelta editoriale? Un’imprecisione della regia? Impossibile dirlo. Ma ciò che invece è possibile vedere chiaramente sono i video da altre angolazioni, girati dal pubblico: in questi filmati il colpo illegale di Oulare è perfettamente visibile, nitido, innegabile. Questi video — allegati alla documentazione informale già in mano a tecnici e dirigenti — raccontano un match ben diverso da quello mostrato ufficialmente. Quello accaduto al PalaTiziano non è un semplice errore arbitrale, e dei giudici: è un fallimento sistemico. La filiera tecnica — arbitro, giudici, supervisore — non ha applicato il regolamento. La filiera organizzativa non ha garantito trasparenza documentale. La filiera federale non ha garantito un controllo efficace. Non c’è boxe senza regole. Non c’è sport senza imparzialità. Non c’è sicurezza senza un arbitro che fa decentemente il suo lavoro, né senza giudici e supervisori che vigilano. Quando un match viene deciso da un colpo proibito: la dignità dello sport viene lesa, la credibilità degli organizzatori si incrina, la fiducia del pubblico svanisce. Il KO di Oulare — tecnico sulla carta, irregolare nella sostanza — è una ferita aperta. Il pubblico ha visto. Gli esperti hanno visto. La Federazione non può ignorare. È necessario dirlo con chiarezza: se questo verdetto dovesse restare tale, si creerebbe un precedente devastante per la boxe italiana.

    CONCLUSIONE: LA BOXE MERITA VERITÀ

    La boxe professionistica vive di rigore, equità, trasparenza. Al PalaTiziano, il 6 dicembre 2025, questi principi sono stati violati. Il KO assegnato a Oulare non è un risultato sportivo: è un errore tecnico arbitrale, regolamentare e comunicativo.

    Un errore che coinvolge arbitro, giudici, supervisione tecnica, commissione federale e promoter.. La boxe italiana non può permettersi di lasciarlo passare. La FPI è chiamata ora a intervenire, perché ciò che è accaduto non è una semplice sconfitta: è una minaccia all’integrità stessa dello sport. E un colpo proibito, ignorato e nascosto tra le ombre di un’inquadratura, non può decidere la carriera di un atleta né la reputazione di un’intera disciplina.

    Ora spetta agli organi federali esprimersi: annullare l’esito, aprire un’indagine, sanzionare le omissioni di tutti i responsabili, ristabilire la credibilità. Il pugilato professionistico non può permettersi di ignorare un fatto così evidente. L’episodio del Palatiziano non è solo un errore: è un precedente che rischia di compromettere la fiducia nello sport e della FPI.

    E questa volta, le immagini parlano più forte di qualsiasi referto arbitrale.

    Se l’errore arbitrale è grave, il comportamento di The Art of Fighting nella gestione post-incontro apre un capitolo ancor più inquietante. In una disciplina come la boxe professionistica, dove sicurezza, trasparenza e rispetto del regolamento sono colonne portanti, la scelta della promotion di pubblicare un video ufficiale parziale, mutilo, incompleto e tecnicamente fuorviante rappresenta una macchia pesante sulla credibilità dell’organizzazione.

    Il filmato diffuso sui canali social TAF:

    • ●  omette completamente l’offensiva iniziale di Casella, che aveva chiaramente indirizzato il match nei primi secondi;
    • ●  propone un’inquadratura che, nel momento esatto della scorrettezza di Oulare, viene oscurata dal corpo dell’arbitro, impedendo allo spettatore di cogliere l’irregolarità;
    • ●  non fornisce alcun angolo alternativo, pur sapendo che quel frangente è decisivo per la comprensione del KO;
      è presentato come documento ufficiale dell’incontro, pur non rappresentandolo fedelmente. È un problema tecnico? Una scelta infelice della regia? O la volontà di proporre una narrazione depurata dell’episodio più controverso della serata? La domanda sorge spontanea perché la realtà è un’altra: i video ripresi dal pubblico — quelli veri, quelli non filtrati, quelli in cui la camera non “perde” la visuale nel momento cruciale — mostrano chiaramente il colpo illegale che ha deciso il match. The Art of Fighting è un’organizzazione che ha sempre rivendicato standard “internazionali”, professionalità, trasparenza e rispetto assoluto delle norme. In questo caso, però non ha garantito completezza documentale, non ha fornito supporto visivo trasparente all’analisi

    post-match, non ha contribuito a tutelare l’atleta vittima dell’irregolarità, non ha preso posizione su un episodio che richiederebbe una dichiarazione immediata e netta.

    Peggio: il video ufficiale, così come presentato, lascia spazio a letture profonde, inquietanti, dannose per l’immagine dello sport, gli atleti e l’organizzazione stessa. In un contesto professionistico, dove il regolamento FPI impone rigore e responsabilità a ogni livello della filiera tecnica — arbitri, giudici, supervisori, promoter — anche la diffusione dei materiali video rientra nel concetto di documentazione dell’incontro, fondamentale per qualsiasi revisione tecnica o disciplinare.

    L’omissione visiva del colpo proibito non pregiudica solo Casella, ma la credibilità del marchio TAF, mettendo in dubbio l’imparzialità nella selezione dei materiali, la trasparenza verso il pubblico, la collaborazione con gli organi federali in caso di ricorsi o indagini, la tutela dell’integrità sportiva dell’evento.

    In una disciplina in cui la verità spesso passa dalle immagini, la pubblicazione di un video incompleto è un atto che danneggia lo sport e l’organizzazione stessa. Se TAF vuole davvero configurarsi come un riferimento internazionale per la boxe italiana, ha l’obbligo morale, professionale e istituzionale di pubblicare tutto il materiale video disponibile, senza selezioni; riconoscere pubblicamente la presenza dell’irregolarità nell’azione decisiva; collaborare in modo trasparente con la FPI e con gli organi tecnici; assumersi responsabilità comunicative e organizzative; fare chiarezza, perché la chiarezza è la prima forma di rispetto verso il pugilato.

    Fino a quel momento, l’ombra che grava sul KO di Oulare non sarà solo un problema arbitrale: sarà una responsabilità diretta anche di The Art of Fighting.

    “The Art of Hiding: Quando un Video Ufficiale Oscura la Verità del Ring”

    Se l’errore arbitrale è grave, il comportamento di The Art of Fighting nella gestione post-incontro apre un capitolo ancor più inquietante. In una disciplina come la boxe professionistica, dove sicurezza, trasparenza e rispetto del regolamento sono pilastri imprescindibili, la scelta della TAF di pubblicare un video ufficiale parziale, mutilo, incompleto e tecnicamente fuorviante rappresenta una macchia pesante sulla credibilità dell’organizzazione. Il filmato diffuso sui canali social TAF omette completamente l’intensa offensiva di Casella nei primi secondi, e propone un’inquadratura che, proprio nel momento esatto della scorrettezza di Oulare, viene oscurata dal corpo dell’arbitro, impedendo allo spettatore di capire ciò che realmente è accaduto. Nessun angolo alternativo viene offerto, nonostante quel frangente sia decisivo per comprendere l’origine del KO, e il video viene presentato come documento ufficiale dell’incontro pur non rappresentandolo fedelmente.

    È naturale chiedersi se si tratti di un problema tecnico, di una scelta infelice della regia o della volontà di proporre una narrazione depurata dell’episodio più controverso della serata. La domanda diventa inevitabile quando si confrontano queste immagini con quelle riprese dal pubblico: sono proprio i video indipendenti — autentici, non filtrati e non ostacolati — a mostrare con assoluta chiarezza il colpo illegale che ha deciso il match.

    In questa vicenda non può essere ignorata la figura di Edoardo Germani, fondatore e patron di The Art of Fighting, mente e voce dell’intero progetto. Germani ha sempre presentato TAF come una realtà innovativa, capace di elevare la boxe italiana a standard internazionali, dichiarando pubblicamente che ogni evento sarebbe stato improntato alla massima professionalità, alla trasparenza e alla tutela dell’atleta. Proprio per questo, il silenzio della promotion davanti a un episodio tanto grave pesa il doppio. Un’organizzazione che fa della qualità e dell’etica il proprio manifesto non può permettersi di sorvolare su una irregolarità tecnica così evidente, né di diffondere un video ufficiale incompleto che, volontariamente o meno, non rappresenta la realtà dei fatti.

    Da patron, Germani è chiamato non soltanto a gestire la macchina spettacolare dell’evento, ma anche a garantire l’integrità sportiva e regolamentare di ciò che accade sul ring. La sua assenza pubblica nella ricostruzione dell’accaduto, unita alla mancata pubblicazione di filmati completi e chiarificatori, diventa parte integrante del problema e non un dettaglio marginale. In un momento in cui TAF rischia di vedere compromessa la credibilità costruita negli anni, è proprio dal suo fondatore che ci si aspetterebbe una presa di posizione netta, trasparente e coraggiosa. Perché quando il ring è oscurato da dubbi, non basta la spettacolarità: è il leader che deve riportare la luce.

    In un contesto professionistico in cui il regolamento FPI impone rigore e responsabilità a tutti i livelli della filiera tecnica — arbitri, giudici, supervisori, promoter — anche la gestione e la diffusione dei materiali video rientra nel concetto di documentazione ufficiale dell’incontro. L’omissione visiva del colpo proibito non danneggia soltanto Casella, ma mette in discussione l’imparzialità nella selezione delle immagini, la trasparenza verso il pubblico, la collaborazione con gli organi federali in caso di ricorsi e, più in generale, la tutela dell’integrità sportiva dell’evento.

    In uno sport in cui la verità passa spesso proprio attraverso le immagini, la pubblicazione di un video incompleto finisce per danneggiare non solo lo sport, ma anche l’organizzazione che sceglie di renderlo tale. Se The Art of Fighting vuole davvero configurarsi come un riferimento internazionale per la boxe italiana, ha l’obbligo morale, professionale e istituzionale di pubblicare integralmente tutto il materiale video disponibile, riconoscere apertamente la presenza dell’irregolarità nell’azione decisiva, collaborare con totale trasparenza con la FPI e assumersi le responsabilità comunicative che spettano a un promoter di alto livello. Perché fino a quando non verrà fatta chiarezza, l’ombra che grava sul KO di Oulare non potrà essere considerata soltanto un problema arbitrale: sarà inevitabilmente una responsabilità condivisa da arbitro, giudici, supervisori, commissione federale, The Art of Fighting e il suo patron.

    Per vedere il video completo: https://www.youtube.com/watch?v=T-Fm-eZO2D4&t=965s

  • L’alba di una leggenda: 81 anni fa nasceva Muhammad Alì

    L’alba di una leggenda: 81 anni fa nasceva Muhammad Alì

    Muhammad Alì: nasceva l’uomo, il mito, la leggenda 81 anni fa

    “I campioni non si fanno nelle palestre. I campioni si fanno con qualcosa che hanno nel loro profondo: un desiderio, un sogno, una visione.”

    Tre volte campione del mondo dei pesi massimi, oro olimpico a Roma ’60, 37 vittorie per KO su 61 incontri disputati: Muhammad Alì non è stato soltanto un pugile straordinario, ma un simbolo culturale planetario. Atleta, attivista, filantropo, uomo di fede e di principi incrollabili. Fu proprio la sua coscienza a spingerlo a rifiutare la chiamata alle armi durante la guerra del Vietnam, scelta che gli costò l’arresto, l’accusa di renitenza alla leva e la perdita del titolo mondiale.

    Il 17 gennaio, 81 anni fa, a Louisville, veniva alla luce Cassius Marcellus Clay Jr. Per molti sarebbe diventato Muhammad Alì. Per tutti, semplicemente, The Greatest.

    Oggi, nel giorno in cui ne celebreremmo il compleanno, ricordiamo uno degli episodi più emblematici della sua vita.


    Il rifiuto che cambiò la storia

    Alle 8:00 del 28 aprile 1967, un giovane afroamericano si presenta all’Armed Forces Induction Center di Houston, Texas. La guerra del Vietnam è nel pieno della sua brutalità: migliaia di soldati americani cadono ogni mese, mentre nelle strade si bruciano le cartoline di leva e molti obiettori fuggono in Canada.

    Muhammad Alì — all’epoca appena tre anni dopo il trionfo contro Sonny Liston — ha superato senza problemi visite mediche e test attitudinali. È idoneo al fronte.

    Il tenente Steve Duckley chiama a gran voce:
    «Cassius Marcellus Clay, esercito. Tre passi avanti per prestare giuramento.»

    Nessuno si muove. La formula viene ripetuta una seconda volta. Silenzio.

    Il problema è evidente: tutti conoscono quel nome, e tutti riconoscono il volto del ragazzo seduto tra gli altri. Ma quel nome, ormai, non gli appartiene più: si è convertito all’Islam e si chiama ufficialmente Muhammad Ali.

    Il tenente si rivolge direttamente a lui, ricordandogli che un rifiuto gli costerà il carcere. Alì viene condotto in una stanza adiacente, interrogato nuovamente — questa volta con i funzionari dell’FBI presenti — ma rimane fermo nella sua decisione. Firma la dichiarazione di rifiuto.

    Il giorno successivo, la Commissione Pugilistica di New York gli revoca la licenza e il titolo mondiale. Alì viene condannato a cinque anni di reclusione e a una multa di 10.000 dollari.

    Gli chiedono perché si opponga alla guerra. La sua risposta diventerà una delle più potenti dichiarazioni antimilitariste del XX secolo.


    Le parole che scossero l’America

    «La mia coscienza non mi permette di andare a sparare a mio fratello o a qualche altra persona con la pelle più scura, o a della gente povera e affamata nel fango, per la grande e potente America. E sparargli per cosa? Non mi hanno mai chiamato “negro”, non mi hanno mai linciato, non mi hanno mai attaccato con i cani, non mi hanno mai privato della mia nazionalità, stuprato o ucciso mia madre o mio padre.

    Siete voi il mio nemico. Il mio nemico è la gente bianca, non i Vietcong, i cinesi o i giapponesi. Voi siete i miei oppositori se voglio libertà, giustizia, uguaglianza. Non mi sosterrete mai in America per il mio credo religioso. E volete che vada a combattere altrove.

    Ma voi, difendete mai me, qui, a casa? No.
    Non andrò a diecimila miglia per aiutare a bruciare e assassinare un’altra nazione povera solo per mantenere la dominazione dei padroni bianchi sui popoli di pelle scura nel mondo. […]

    Mi hanno detto che prendere questa posizione avrebbe messo a rischio il mio prestigio e mi sarebbe costato milioni di dollari, quelli che avrei guadagnato come campione. Ma non disonorerò la mia religione, la mia gente e me stesso per diventare uno strumento dell’oppressione di chi lotta per giustizia, libertà ed uguaglianza.»

  • MMA e scontri medievali: benvenuti alla M-1 Global

    MMA e scontri medievali: benvenuti alla M-1 Global

    Le MMA continuano a essere lo sport da combattimento con la crescita più rapida al mondo. Lo confermano i dati delle principali federazioni internazionali come UFC, Bellator e One Championship, che attirano milioni di appassionati ovunque. Anche la Russia non fa eccezione: è infatti la patria della M-1 Global, una delle organizzazioni che hanno contribuito in modo decisivo allo sviluppo delle mixed martial arts.

    Il debutto della M-1 risale al 1º novembre 1997, quando a San Pietroburgo si tenne il primo evento, M-1 MFC: World Championship 1997, davanti a circa 4.000 spettatori. La card includeva vari tornei maschili e, sorprendentemente per l’epoca, anche incontri femminili. Non tutti sanno che fu proprio M-1 una delle prime sigle di MMA a dare spazio alle donne. Il merito va a Vadim Finkelstein, fondatore dell’organizzazione e storico manager della leggenda russa Fedor Emelianenko.

    Nei primi anni 2000, sfruttando la popolarità del suo atleta più rappresentativo, Finkelstein portò la M-1 fuori dai confini nazionali trasformandola in un marchio riconosciuto a livello mondiale. Nel marzo 2008, con M-1: Slamm, la promozione organizzò il suo primo evento all’estero, ad Almere, nei Paesi Bassi. Fu l’inizio dell’espansione internazionale: in soli otto mesi vennero realizzati eventi in altrettanti Paesi, arrivando anche in Giappone, Corea del Sud e Stati Uniti. Sempre nel 2008 prese forma il progetto M-1 Challenge, un circuito composto da incontri tra squadre di atleti, spesso rappresentative delle rispettive nazioni.

    In quegli anni M-1 introdusse anche le prime cinture di campione per ogni categoria di peso. Nel 2010 Guram Gugenishvili divenne il primo campione dei pesi massimi, seguito da Vyacheslav Vasilevsky nei mediomassimi, Rafał Moks nei medi, Shamil Zavurov nei welter e Artiom Damkovsky nei leggeri. Bisognerà attendere il 2012 per il primo titolo dei pesi piuma, conquistato da Marat Gafurov.

    Il momento di massimo splendore della federazione arrivò il 20 novembre 2011 con M-1 Global: Fedor vs. Monson, ospitato allo Stadio Olimpico di Mosca: circa 22.000 spettatori presenti e 7,5 milioni davanti alla TV. La vittoria di Emelianenko scatenò l’entusiasmo del pubblico russo.

    Ma Fedor non è stato l’unico nome di fama mondiale ad aver combattuto sotto il marchio M-1. Sul celebre Rage — un ring esagonale con parte bassa a rete e parte alta con corde da boxe — sono saliti anche campioni come Andrei Arlovski, Alistair Overeem, Gegard Mousasi, Pedro Rizzo, gli italiani Alessio Sakara e Michele Verginelli, e persino un giovanissimo Khabib Nurmagomedov.

    A questo punto il curriculum della M-1 parla da solo: match femminili già dal 1997, la presenza di Fedor, incontri a squadre, il debutto di Khabib. Eppure c’è un elemento ancora più particolare che contraddistingue questa federazione: l’M-1 Medieval, ovvero incontri di MMA… in armatura medievale.

    Sì: spade, scudi, corazze e colpi pesanti. Un format decisamente sopra le righe, forse borderline trash, ma unico nel panorama delle arti marziali miste. E, verosimilmente, una delle caratteristiche più memorabili della M-1.

    Il nostro viaggio alla scoperta delle realtà meno conosciute del mondo delle MMA continua: altre sorprese ci aspettano dietro l’angolo.

  • Rizzo nuovo talent scout per la nazionale italiana. Paparo verso un percorso internazionale negli USA.

    Rizzo nuovo talent scout per la nazionale italiana. Paparo verso un percorso internazionale negli USA.

    Una grande soddisfazione per Francis Rizzo, che nel 2012 ha fondato il Francis Boxing Team a Rho, nella città metropolitana di Milano: la Federazione Pugilistica Italiana ha infatti scelto lui insieme a Eligio Calandrino per individuare nuovi talenti da inserire nella nazionale azzurra.

    «Collaborare con la nazionale italiana è motivo di enorme orgoglio – spiega Francis Rizzo – perché mi permette di confrontarmi con professionisti di altissimo livello come Eligio Calandrino, Luca Leva e Raffaele Esposito, con cui condivido quotidianamente il lavoro. Voglio anche ricordare Giovanni De Carolis, diventato a gennaio direttore tecnico delle nazionali Elite: oltre a essere stato un grande campione, l’ultimo italiano a conquistare un titolo mondiale (WBA dei supermedi), sta dimostrando di essere anche un tecnico straordinario. È sempre presente al nostro fianco e mette a disposizione un bagaglio di esperienza che sarà fondamentale per la crescita dei pugili che selezioneremo».

    Rizzo sottolinea inoltre l’ottimo stato di salute del movimento pugilistico lombardo: «In regione non mancano eventi importanti, dove siamo certi di trovare atleti all’altezza della nazionale. Da alcuni anni si è affermata anche The Art of Fighting, una nuova realtà che organizza incontri professionistici con un buon seguito di pubblico, anche in arene di grande capienza come il PalaLido-Allianz Cloud di Milano, da 5.300 posti. La stessa organizzazione ha intuito l’importanza di una sede più raccolta per i giovani professionisti e ha individuato nel Centro Pavesi Fipav, da 1.000 posti, la location ideale. Per anni questo ruolo è stato svolto dal Teatro Principe, ma i suoi 500 posti spesso non erano sufficienti. Il Centro Pavesi rappresenta invece la dimensione perfetta».

    Rizzo rivendica con orgoglio il contributo dato alla rinascita del pugilato lombardo: «Con il Francis Boxing Team ho organizzato numerose edizioni di Ring Roosters, ho allenato talenti come mio nipote Francesco Paparo, attuale campione italiano dei superpiuma, e collaboro attivamente con The Art of Fighting. Questo nuovo incarico non influirà sul mio lavoro quotidiano: continuerò a essere presente in palestra a Rho per seguire da vicino i miei atleti».


    Paparo difende il titolo l’8 novembre

    L’8 novembre, al PalaLido-Allianz Cloud di Milano, il campione italiano dei superpiuma Francesco Paparo (24 anni, 11 vittorie, 1 pari, 1 sconfitta) difenderà il titolo contro Catalin Ionescu (28 anni, 16 vittorie, 1 pari, 4 sconfitte) in un match sulla distanza delle dieci riprese.

    Rizzo è convinto che Paparo manterrà la cintura: «La preparazione sta procedendo al meglio. Francesco si sta allenando anche con professionisti di qualità come il superwelter Valerio Mantovani (30 anni, 5 vittorie e 1 sconfitta), che da alcuni mesi si allena da noi a Rho. Credo moltissimo in lui: sono convinto che nel giro di un anno e mezzo possa diventare campione d’Italia. Sta affinando la tecnica proprio lavorando con me. Il mio compito è far crescere i pugili fino a portarli, come minimo, al titolo italiano».

    Per Paparo, però, il titolo nazionale è solo l’inizio: «Dopo Ionescu – continua Rizzo – dovrà puntare più in alto. L’obiettivo è il titolo europeo entro un paio d’anni, passando magari attraverso cinture internazionali che possano velocizzare il percorso. Il titolo WBC International, ad esempio, garantisce l’ingresso nei primi quindici del ranking mondiale e aumenta la visibilità in Europa. A parità di livello, un campione internazionale WBC ha molte più possibilità di ottenere un match per il titolo EBU rispetto a chi non ha alcun titolo».

    Grazie ai suoi contatti, Rizzo può aprire anche scenari internazionali: «Attraverso il mio collega e amico Simone D’Alessandri ho un collegamento diretto con la Top Rank, una delle più storiche organizzazioni di eventi pugilistici negli Stati Uniti. Inoltre, un mio collaboratore è legato da vent’anni al più importante promoter di New York. Oltre oceano, quindi, le opportunità per Francesco non mancano. Anche se il mio ruolo principale è quello di allenatore, negli anni ho maturato molta esperienza nell’organizzazione di eventi e ho costruito una rete di contatti in Italia e all’estero. È anche per questo che i pugili si rivolgono a me: quando vengono contattati da un procuratore o da un organizzatore, sanno che posso aiutarli a capire con chi hanno a che fare e a prendere la decisione migliore».

  • Ciao mondo!

    Ti diamo il benvenuto in WordPress. Questo è il tuo primo articolo. Modificalo o eliminalo e quindi inizia a scrivere!